Alan Fletcher: un carattere tipografico è un alfabeto con una camicia di forza

Alan Fletcher, unendo la chiarezza modernista del Bahaus all’irriverente spirito pop nord americano, è stato una delle figure più influenti nella modernizzazione del panorama visivo della Gran Bretagna del tardo XX secolo, contribuendo a trasformare il design da elemento extra decorativo a fattore chiave della corporate identity. Tra i suoi lavori più noti vanno indubbiamente annoverati le identità visive per il Victoria & Albert Museum, l’Institute of Directors, i lavori per Pirelli e Olivetti.

Tra il 1949 e il 1956, compie i suoi studi a Londra: alla Hammersmith School of Art, alla Central School of Art e al Royal College of Art. Subito dopo, si trasferisce negli Stati Uniti per frequentare un corso di specializzazione alla School of Architecture and Design di Yale, dove ha modo di frequentare le lezioni dell’illustratore grafico Paul Rand.

A New York esordisce come graphic designer lavorando per la rivista “Fortune”, The Container Corporation e IBM. In seguito, collabora con lo studio Saul Bass & Associates di Los Angeles. Ritornato a Londra nel 1959, dopo una piccola sosta a Milano dove ha modo di lavorare per Pirelli, Fletcher inizia a collaborare con il suo ex compagno di classe Colin Forbes e nel 1962 fondano insieme allo stilista americano Bob Gill la Fletcher Forbes Gill. I tre designer, come squadra, furono capaci di combinare il rigore formale del modernismo svizzero con l’intelligenza del settore pubblicitario della Madison Avenue, distinguendosi così dagli altri studi di design britannici.

Nel 1972, lo studio acquisisce figure come Kenneth Grange e Mervyn Kurlansky, e trasforma il proprio nome in Pentagram su suggerimento di Fletcher.

Dopo vent’anni passati a Pentagram, Fletcher  si dimette nel 1992, affermando che nel corso dei lunghi anni passati a lavorare in team con le pressioni della responsabilità collettiva si era ritrovato ad accettare incarichi che avrebbe preferito evitare. Così, ricominciando da capo come freelance e limitandosi esclusivamente ai lavori che più lo interessavano, riesce a dare pieno sfoggio al suo stile unico e surreale ispirato a Klee, Miró e Duchamp.

Tra le sue pubblicazioni, ricordiamo Beware Wet Paint (1996) e The Art of Looking Sideways (2001).

In particolar modo quest’ultima, può essere considerata un tour de force grafico di 1.000 pagine, densamente fitto. Un libro di giochi visivi, collage, schizzi di miniature, ritratti, frammenti grafici, giochi di parole. Prodotti di una mente infinitamente curiosa e inventiva e ripresi da ogni decennio della sua carriera. La sua cerchia di conoscenti testimonia infatti che prendendo parte a un incontro, seduto su una spiaggia o a cena con gli amici, non è mai stato senza matita e taccuino, dove metteva su carta la sua versione del modo.  Un libro che non ha una tesi, non ha un inizio, una parte centrale o una fine: “È un viaggio senza una destinazione” come scrive lo stesso Fletcher nell’introduzione.

Il successo di Fletcher è dovuto in particolar modo all’ambiguità visiva, alla metafora, al rebus e al gioco artificiale, pratiche che sembrano essere in contrasto con l’idea di progettazione contemporanea e con le aspettative di marketing dei clienti. Ma è proprio attraverso questo modo di utilizzare le illusioni visive che Fletcher riesce a raggiungere soluzioni otticamente memorabili garantendo razionalità anche ai progetti più irrazionali. Memorabili, per la loro elegante essenzialità, il logo per il Victoria & Albert Museum, per cui ridisegna anche il sistema segnaletico e il logo realizzato per l’agenzia di stampa Reuters: testimoniano entrambi l’atemporalità concettuale dei suoi lavori.

La sua incredibile capacità di veicolare il messaggio utilizzando pochissimi elementi è ad esempio il manifesto Designers’ Saturday (1982), realizzato per un evento londinese. Qui, Fletcher ripropone la tipica triade cromo-geometrica del Bauhaus in una composizione quanto mai giocosa. I colori più “scontati”, quelli primari (rosso, giallo e blu), e le tre forme più “noiose”, ovvero le figure geometriche elementari (quadrato, triangolo e cerchio), nella sua composizione si trasformano in una festosa immagine che risulta frizzante e niente affatto banale.






 

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Source: robadagrafici