Paula Scher: “La tipografia è forma, e le forme portano con sé significati, influenzandoli.”

Gli anni ’70 americani rappresentano un momento di grande fermento culturale nel vocabolario globale. Sono infatti gli anni di Andy Warhol, dei parcheggi di Las Vegas, degli sgargianti fast-food, della musica pop. Nel design la linearità di Helvetica era stata superata dai lascivi e conturbanti caratteri tipografici di Herb Lubalin, che ricordavano un passato ornamentale. Ed è proprio in questo contesto socio-culturale che Paula Scher muove i primi passi. Consegue il diploma in Fine Arts nel 1970 alla Tyler School of Art in Pennsylvania e sempre negli anni ’70 si trasferisce a New York dove inizia a lavorare come art director per CBS Records (l’attuale Sony).

Ero responsabile della progettazione e produzione di circa 150 album (formato 12 x 12) in un anno. [Alla CBS Records] ho imparato a lavorare in ogni stile e sono diventata ossessionata dalla tipografia del periodo. Gran parte del lavoro fu in seguito chiamato “postmodernismo”, ma non sapevo cosa fosse quando lavoravo a quei prodotti. Stavo semplicemente sperimentando la tipografia dei primi tempi modernisti.

Durante gli anni alla CBS Records collabora con illustratori e fotografi per interpretare la musica in modo suggestivo e poetico. L’intento era infatti quello di invocare uno stato d’animo piuttosto che offrire raffigurazioni letterali di gruppi o artisti. La capacità di trasmettere contenuti e identità mediante una sapiente combinazione di illustrazioni che ricordavano l’Art Decò e caratteri tipografici fuori moda ripresi dal Costruttivismo russo divennero il tratto distintivo dei suoi lavori.

Sempre negli anni Settanta subisce l’influenza dei Push Pin Studios e di Seymou Chwast con cui inizia una relazione lunga e complicata. Nel 1984 fonda lo studio Koppel & Scher con Terry Koppel, dove ha modo di lavorare in piena autonomia. Nel 1991 entra a far parte di Pentagram. L’ingresso della Scher all’interno di uno studio affermato a livello mondiale determina per lei un nuovo livello di visibilità e un peso culturale ed economico nel settore della comunicazione visiva. Per Pentagram si occupa di progetti di corporate identity e disegna materiale promozionale, packaging e grafica ambientale.

Nel 1994, Paula Scher si occupa della creazione della corporate identity del Public Theatre di New York, un lavoro che influenzerà definitivamente i progetti di comunicazione per la promozione teatrale e, più in generale, per tutte le tipologie di istituzioni culturali. La sfida era quella di sensibilizzare l’opinione pubblica e invitarla a frequentare il Public Theatre cercando di attirare diverse tipologie di spettatori.

In ambito culturale si occupa della realizzazione delle campagne promozionali del New York Shakespeare Festival, della produzione di Bring in’Da Noise sempre per The Public Theatre . E, ancora, lavora per il MoMA, il Metropolitan Opera e il New York City Ballet. Insegna alla School of Visual Art di New York, a Yale e alla Tyler School for Art. Oggi è membro dell’AGI (Alliance Graphique Internationale). Molti dei suoi lavori sono esposti nei più prestigiosi musei del mondo, come il MoMA, il Cooper Hewitt National Design Museum e il Centre Pompidou.






Nel 1984 l’azienda Swatch Watch USA commissiona allo studio Koppel & Scher la campagna per un prodotto moderno, orientato ai giovani. Nell’immaginario collettivo, Swatch rappresenta colore, fantasia, estro: tutti ingredienti che caratterizzano i famosi – leggeri e coloratissimi – orologi. Ciò che s’intende comunicare, infatti, è che ciascuno possa scegliere i modelli che più gli piacciono e gli si confanno trovando, negli accostamenti cromatici, nelle fantasie e nelle sempre varie soluzioni grafiche, un motivo di dinamismo e un autentico senso di gioia. Così, nel manifesto Swatch (1985), energia, competitività e i tipici valori dell’azienda svizzera sono collegati al mondo dello sport, confluendo in una potente citazione, un’immagine cult: il celebre manifesto di Herbert Matter per l’ufficio del Turismo svizzero del 1934. Il poster gioca sul contrasto di scala e sulla combinazione di fotografie (in bianco e nero), segni grafici e aree di colore, ai quali Scher aggiunge elementi del graphic design postmoderno (di cui questo manifesto ne risulta esemplificativo). La Scher infatti, al già citato manifesto del 1934 unisce la sovrapposizione di elementi grafici che si frantumano in una serie di piani compenetrati e sfumati con estrema abilità.


Source: robadagrafici